La profezia di Arthur Schnitzler

Schinzler foto

RECENSIONE DI FABIO ASTORI

ENNESIMO BLOGGHISTA PER UN GIORNO

Bolzano. Estate 1868. Fervono i preparativi per la prima di una pièce teatrale: un eccentrico mecenate mette a disposizione il suo bucolico giardino; un pubblico altamente eterogeneo si raccoglie dagli angoli più sperduti del regno Imperial-Regio di Austria e Ungheria; Von Umprecht, ex ufficiale, è ora attore improvvisato nel ruolo principale, ma al contempo divorato da una nefasta quanto vividissima profezia.

Polonia. 1858. Tra i frizzi e i lazzi di un campo militare, Von Umprecht fa la conoscenza di un sordido prestigiatore cartomante, l’ebreo Marco Polo: costui – senza trucchi e senza inganni – proietta all’ufficiale curioso e un poco arrogante (un Ulisse asburgico che vuole sfidare la sua sete di “canoscenza”?) l’immagine del giorno della sua morte, il giorno esatto -guarda un po’- della prima dell’opera teatrale.

Il tutto si svolge lontano da quella Vienna capitale tentacolare di fin de siècle, sovraccarica di impulsi culturali e di scoperte scientifiche, asfissiante nei divani dei novelli psicanalisti e nei chiacchiericci dei salotti e dei caffè letterari…

Una boccata d’aria fresca, quasi un divertissement che Schnitzler ci -ma soprattutto si- regala. Lascia (cosa rarissima) la capitale della Donaumonarchie quale setting di quasi ogni suo lavoro e con essa l’ambiente dei seri dottoroni senza però allontanarvisi mai troppo, anzi, in realtà sempre strizzando l’occhiolino a Freud&Co.

La psicanalisi e l’inconscio vengono però abbordati facendo un giro questa volta più lungo: passando infatti per la chiromanzia, la chiaroveggenza, la magia.

Aspetti in realtà ben lungi dall’essere messi all’indice da quei salotti viennesi in cui nella cosiddetta Jahrhundertwende si scriveva una parte consistente della storia del pensiero occidentale moderno e contemporaneo. Si pensi alla frizzante Berta Zuckerkandl che ha aperto le porte del suo appartamento sulla Ringstraße niente-popó-di-meno-che a Klimt, al medico pioniere dell’anatomia patologica Rokitansky e last but not least allo stesso Schnitzler.

Un divertissement dicevamo in cui a dire il vero c’è ben poco da ridere e da stare tranquilli visto che Schnitzler si occupa con la sua sottile e snervante Nervenkunst dell’intramontabile quesito della volontà umana e del suo influsso sul corso del proprio destino. Può l’uomo anche solo in minima parte mutare il corso della sua vicenda personale terrena o è solo una marionetta governata da un misterioso quanto enigmatico fato che ha già predisposto tutto per lui? Esiste il libero arbitrio e -se sì- quanto è potente? Può l’uomo -al pari del suo cugino rinascimentale- considerarsi faber suae fortunae o è forse meglio che riconosca sopra, intorno (o dovremmo piuttosto hillmanianamente dire: dentro) di lui una potenza nascosta ai più, esoterica appunto, che tesse la trama della sua vita?

A questi quesiti vuole sottoporre il lettore un non ben identificato editore (il buon vecchio Arthur?) che si trova per le mani un manoscritto consegnatogli da un amico che a sua volta l’ha ricevuto dallo scrittore della pièce teatrale il quale -a sua volta ancora- ha raccolto la testimonianza di Von Umprecht.

Sì, lo so, è complicato. Ma chi è un poco avvezzo a Schnitzler e alla sua Nervenkunst anche narratologica sa benissimo che è suo tratto distintivo, quasi cifra nel tappeto, accompagnare (o forse: lasciare in balia) il lettore a più narratori che si passano e rimandano la parola, in un gioco incessante e quasi sadico di flashback e flashforward, per scendere man mano e sempre più una spirale, una Wendeltreppe dentro le viscere, le interiora dell’io e che termina davanti ad una porta, dietro la quale, as usual, lo attende un punto interrogativo, il baratro di Senso.

schnitzler

 

Per gli interessati: Arthur Schnitzler, La profezia/ Die Weissagung (testo tedesco a fronte), Leone Editore, Milano, 2012.

In cartaceo: c’è, c’è, tranquilli che c’è.

In ebook: Nein.

Who is Fabio Telch Ongari Astori?

Philologische Berlin BibliothekInsegnante di lingua e letteratura tedesca presso alcuni licei oltre confine, ha il sospetto di essere stato- nella sua vita passata- a servizio del Kaiser nell’impero austroungarico e, contemporaneamente, presenza fissa dei cabaret berlinesi della Repubblica di Weimar. Per questo motivo si rifugia- appena possibile- nelle capitali mitteleuropee sopra menzionate per deliberare.

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