Un dandy a cavallo sulle Ande: La Rochelle

Recensione di Paolo Mathlouthi, 
ennesimo blogghista per un giorno

Il volto dal fascino intenso immortalato nelle sporadiche fotografie che, fino a qualche anno fa, ornavano le rare edizioni semiclandestine dei suoi romanzi, instillava nel lettore adolescente quale ero io allora una sensazione d’imponderabile ambiguità: un misto di disperato vitalismo e di decadenza assaporata en plein air che ad un tempo m’inquietava e mi attraeva. Visionario tormentato, scrittore di razza ossessionato dagli imperativi di una concezione del mondo, antieroe in eterna lotta con il proprio tempo, Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945) è stato a suo modo un’icona generazionale per quanti, seguendo l’ammonimento di Bertolt Brecht, scelsero di sedersi dalla parte del torto, perché le posizioni più convenienti erano già occupate. Dissipatisi i corruschi bagliori della contrapposizione ideologica, il suo nome conosce ora una seconda, inaspettata giovinezza e viene esibito come una rivelazione letteraria raffinata ed esotica.

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A più di trent’anni dalla prima edizione, Franco Freda ripropone oggi uno dei fiori all’occhiello dello scrittore maledetto, L’uomo a cavallo. Anche chi s’imbatté nella sua enigmatica figura sull’onda degli entusiasmi di un’età avida di miti ed affermazioni assolute, può quindi riscoprirlo con maggiore distacco, da un’angolazione più sfumata, cogliendo, al di là delle facili identificazioni emotive, la suprema padronanza nell’uso della parola e la tagliente, incisiva capacità di penetrazione psicologica che sono il segno inconfondibile del suo stile. Sorta di viaggio a ritroso alla riscoperta delle origini ancestrali, il romanzo, ambientato nella Bolivia degli anni Trenta schiacciata tra silenzi delle deserte alture e fragori di golpe militari, complotti restauratori e sanguinose rivolte delle tribù indigene, è uno specchio che riverbera le contraddizioni interiori dalle quali trae linfa vitale la sulfurea poetica larochelliana. Contraddizione nel sangue del protagonista, l’ufficiale di cavalleria Ajme Torrjos, indio e spagnolo al tempo stesso. Contraddizione nell’animo di Felipe, il musico teologo ispiratore di una politica e lontano da essa, scisso tra i morsi della carne che lo tormentano e la sua vocazione. Contraddizione, infine, nella forma della nazione, contesa tra vecchia aristocrazia fondiaria e giovani forze popolari incarnate nel tribuno militare. Una tragica commedia umana che si consuma sullo sfondo di sordidi intrighi di palazzo, in cui gesuiti e massoni, stregoni e soldati, possidenti e descamisados si contendono la scena. Anima femminile sedotta dall’eroismo, creatura umbratile e notturna all’affannosa ricerca di un ambiente che gli fosse meno inviso, di un gruppo in cui poter trovare un porto, un lembo di terra ferma, come il suo alter ego letterario anche La Rochelle pensò di aver scorto nel totalitarismo un estremo tentativo di ricomposizione comunitaria. Nella Germania hitleriana vide l’incarnazione storica di quel vitalismo eroico e muscolare che a lui faceva difetto: la volontà di potenza dispiegata nel prometeico sforzo di determinare il corso della Storia, la disciplina ferrea, l’abilità alchemica di fondere Realtà e Mito in un messaggio messianico; in tutto questo egli scorgeva un riflesso di quella grandeur che la Francia aveva smarrito a Waterloo. Era una disperata, tragica illusione. E Drieu lo sapeva. Ma lo slancio, il sogno, il superamento del limite convenzionale, in una parola la rappresentazione estetica, per lui, contavano assai più del risultato ed erano motivo sufficiente per siglare un patto con il Diavolo. Inquieto, aristocratico e populista insieme, cercò la saggezza ma visse la decadenza, negò Dio ma trovò la sua fede, ed ingaggiò una personale partita a poker con il Fato, pagando la posta più alta.

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Per gli interessati:

Pierre Drieu La Rochelle, L’uomo a cavallo, Edizioni di Ar, Padova, 2014; pag. 238, € 17,00

Who is Paolo Mathlouthi?

I tratti del suo volto sono scolpiti nel solco di una memoria remota. E’ berbero nel sangue, il suo antenato Settimio Severo resse le sorti dell’Impero romano e morì facendo strage di Pitti nel III secolo dopo Cristo. Folgorato in giovane età dalla lettura de “Il Tramonto dell’Occidente” di Spengler, ha abbracciato “il lato oscuro della Forza”. Primula Nera del pensiero non conforme, ha una personalità tossica, irta di contraddizioni e disseminata di aculei. Un uomo da maneggiare con cura, che di sicuro non passa inosservato.

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