Un premio nobel al nido dell’aquila

Recensione di Paolo Mathlouthi,
Ennesimo Blogghista per un giorno

Una Mercedes nera, con la carrozzeria cromata ed il tetto scoperto, spunta da una fitta coltre di abeti lungo la ben ordinata strada che s’inerpica sulle pendici delle Alpi bavaresi. Sul sedile posteriore, elegante nella sua uniforme corvina, soprabito in pelle e berretto rigido con l’inconfondibile “testa di morto” appuntata sulla visiera, siede Joseph Terboven, commissario plenipotenziario del Reich per la Norvegia occupata. Al suo fianco, impeccabile in un abito scuro di foggia inglese, nodo Windsor e cappello a larga tesa, un anziano signore dall’aria distinta discorre amabilmente con il suo vicino: Knut Hamsun, premio Nobel per la letteratura nel 1920, è atteso all’Obersalzberg nientemeno che dal Cancelliere Adolf Hitler in persona il quale lo accoglie, sorridente, all’ingresso della Berghof. Sembra un cinegiornale degli anni Quaranta e invece è la scena madre di un celebre film del regista svedese Jan Troell del 1997, con tanto di “Marcia funebre di Sigfrido” a fare da colonna sonora, nel quale Max von Sydow presta il proprio volto al solitario scrittore collaborazionista. Frutto della geniale intuizione dello scrittore Peter Olov Enqvist che, nelle inusuali vesti di sceneggiatore, ha adattato alle esigenze di copione il famigerato “Processo ad Hamsun” di Torkild Hansen, romanzo del quale manca a tutt’oggi una traduzione in lingua italiana, la pellicola non ha oltrepassato i confini del circuito cinematografico scandinavo, restando relegata nell’hortus conclusus della cinematografia d’essai, per la gioia ( e il tormento) di cinefili affetti, come il sottoscritto, da inguaribili ossessioni revisioniste.hamsun_sydow

La vicenda farebbe sorridere se non fosse paradigmatica dell’ostinata malafede della cultura dominante e non riproponesse l’annoso dilemma del rapporto tra intellettuali e potere: è lecito giustificare un uomo di genio per aver sostenuto un’ideologia bollata come aberrante dal comune giudizio? La grandezza letteraria basta, da sola, a mondare la sua memoria dall’infamante accusa di aver tributato, nei giorni della disfatta, un elogio funebre al tiranno suicida nel bunker? Separare l’uomo dall’opera, come vorrebbe la critica politicamente corretta, è sempre un atto di disonestà intellettuale, in quanto la letteratura attinge dalla vita, dove la luce e le tenebre non sono mai nettamente distinte. Quanto più intensa è la luce, tanto più lugubri sono le ombre che essa proietta sul muro e la letteratura deve misurarsi con entrambe: deve dire se l’esistenza è illuminata da un disegno superiore o non è piuttosto un vorticoso precipitare nell’abisso. Non esiste, con buona pace delle anime candide, grande scrittura senza coinvolgimento nella Storia, che è il paradigma degli uomini e dei loro modi, dove la linea di demarcazione che separa la tensione ideale dalla violenza della follia è quasi impercettibile. Scrittore di rara sensibilità, Hamsun, come altri reprobi della sua generazione, ha vissuto così intensamente il disagio della realtà e del confronto con gli eventi da farsene complice, quasi con autolesionistica e colpevole espiazione. Giunto al limite della sua avventura terrena, ha visto dissolversi nel crollo del Reich le chimere generate dalle sue ossessioni e, vinto ma non domo, affida la veemente autodifesa delle proprie scelte alle pagine tese e vibranti di “Per i sentieri dove cresce l’erba”, memoriale del processo che lo vide alla sbarra per collaborazionismo nel 1947. Uno struggente inno alla vita sorretto dalla consapevolezza che i mostri generati dal sonno della Ragione possono scaturire dalla medesima ansia di Verità che è all’origine dell’estasi mistica sottesa all’amor di Dio, come l’eretico nasce dal santo, e l’indemoniato dal veggente. La Storia è sempre, immancabilmente, una questione di punti di vista e ciò che per alcuni è un sogno, può rivelarsi un incubo per altri…

sentieri-erba-lightPer gli interessati:

Knut Hamsun, Per i sentieri dove cresce l’erba, Fazi Editore, Roma, 2014,  pag. 200.

In cartaceo: c’è, c’è.
In ebook:  C’e pure.

Who is Paolo Mathlouthi?

I tratti del suo volto sono scolpiti nel solco di una memoria remota.
E’ berbero nel sangue, il suo antenato Settimio Severo resse le sorti dell’Impero romano e morì facendo strage di Pitti nel III secolo dopo Cristo. Folgorato in giovane età dalla lettura de “Il Tramonto dell’Occidente” di Spengler, ha abbracciato “il lato oscuro della Forza”. Primula Nera del pensiero non conforme, ha una personalità tossica, irta di contraddizioni e disseminata di aculei. Un uomo da maneggiare con cura, che di sicuro non passa inosservato.

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