Il marziano vittima dell’industria dell’informazione nella commedia amara di Ennio Flaiano

Articolo di Diego Vitale, ennesimo blogghista per un giorno

targa_flaianoUn marziano a Roma è il titolo della più famosa opera teatrale di Ennio Flaiano (1910 – 1972), scrittore originario di Pescara, la cui vasta produzione giunse ad abbracciare molteplici generi, dalla narrativa al teatro, ma, soprattutto, a brevi scritti di carattere umoristico e satirico nei quali metteva alla berlina svariati aspetti del malcostume della società italiana di quel tempo. dolce-vita7Alla sua attività letteraria è strettamente connessa, a livello di temi e di contenuti, anche la lunga attività che Flaiano portò avanti, nel corso degli anni, come giornalista e come sceneggiatore cinematografico. In quest’ultima veste fu spesso al fianco dell’amico Fellini, collaborando alla realizzazione di molte sue celebri pellicole fra cui, ad esempio, La dolce vita.

Anche Un marziano a Roma, così come il film appena citato, contiene una feroce critica al mondo raffinato, brillante ma anche frivolo e superficiale della capitale italiana degli anni del cosiddetto “boom”, un mondo dominato dalla ricerca del benessere materiale, del successo mondano, dell’affermazione sociale, della celebrità, delle conoscenze e dei contatti con la gente “che conta”.
Come da titolo, la commedia ruota attorno alla triste vicenda di un marziano, Kunt (che, per inciso, di aspetto è perfettamente identico a un qualsiasi uomo “normale”, anzi è bello, alto, biondo). Egli scende a Roma con la sua astronave una sera di maggio, provocando subito, appena si diffonde la notizia, esaltazione, euforia, fenomeni d’isteria collettiva: tutti si attendono che col suo arrivo inizi un’era di mutamenti e miglioramenti radicali per l’umanità, non solo a livello scientifico-tecnologico, ma anche politico e sociale. Kunt, divenuto quasi oggetto di venerazione, si trova sempre stretto d’assedio da paparazzi, semplici curiosi, fans, spasimanti; nonché, ben presto, anche da“faccendieri”, uomini d’affari e “parassiti” di vario genere, tutti interessati, in vario modo, a sfruttarlo per i propri fini privati. Nella sua sostanziale ingenuità, tuttavia, il marziano non si avvede della doppiezza di tanti degli “amici” che lo circondano, facendosi coinvolgere in disastrose iniziative economiche e, soprattutto, divenendo oggetto dello sfruttamento da parte del “tritacarne” mediatico. Man mano, mentre nessuno dei “miracolosi” mutamenti tanto auspicati si realizza, egli si ritrova così degradato, sminuito, ridotto a un semplice fenomeno da baraccone. Alla fine dell’opera, nell’ultimo quadro,[1] ambientato nel dicembre dello stesso anno, possiamo allora vedere Kunt, “prodotto” ormai passato di moda, trascorrere tristemente le sue giornate seduto in qualche bar, circondato dall’indifferenza generale.

Alla luce della vicenda di sconfitta e di fallimento cui va incontro l’alieno, parte della critica ha individuato come elemento centrale dell’opera proprio l’incapacità di agire del protagonista, che incarnerebbe uno di quei personaggi “inetti”, insicuri, privi di forza di volontà, che si incontrano spesso nella produzione flaianea: individui dotati di enormi potenzialità ma incapaci di esprimerle, che rimangono inerti, preferendo invece lasciarsi trascinare dagli eventi.[2]

In parte tale definizione può anche essere applicata a Kunt, sebbene la sua incapacità di agire, più che un difetto psicologico, appaia in parte una caratteristica “normale”, vista l’assoluta novità che per lui rappresenta il mondo nel quale è approdato. Quanto alle “straordinarie” potenzialità, poi, bisogna notare che in realtà sono sempre gli umani ad attribuirgliene, nella loro visione mitizzata e idealizzata; Kunt, da parte sua, non millanta mai il possesso di doti o di conoscenze eccezionali, né pretende di essere una sorta di “salvatore” o di “redentore” dell’umanità. Al contrario, parlando coi funzionari governativi incaricati di “gestirlo”, egli candidamente spiega come alla base della sua visita ci sia solo una curiosità privata, personale:

BARONE [uno dei funzionari] Il suo arrivo, signor Kunt, sta suscitando grandi speranze. Riassumendo le impressioni generali, mi domando se qualcosa cambierà.

MARZIANO Voi sperate questo da me, da noi?

BARONE Sarebbe un bene per tutti che lo sapessimo. La folla che oggi applaude domani si chiederà perché ha applaudito. E dopodomani, chi può sobillarla? […] Qual è il suo programma, signor Kunt?

MARZIANO Il mio programma personale non è interessante che per me: conoscere, vedere, vivere. E il vostro programma?[3]

Più che non nella “inettitudine” del protagonista, a mio parere, tematiche decisamente più centrali e significative sono invece individuabili in due elementi strettamente connessi: da un lato il modo, più o meno distorto, in cui spesso si tende a vedere chi rispetto a noi è radicalmente “altro”, diverso, non riconoscendone l’appartenenza all’umanità ma giungendo magari, come appunto avviene nella vicenda narrata, ad attribuirgli caratteri più o meno “sovrumani”, in senso a volte positivo (angelo, divinità), a volte negativo (demone, mostro). bansky-tv1L’altro aspetto è poi lo sfruttamento, spietato, che il sistema dei mass-media, in modo molto meno “ideale” ma assai più concreto, mette in atto proprio nei riguardi di ciò che, per la sua natura “nuova” o “eccezionale”, appare in grado di catturare, anche solo per breve tempo, l’interesse del pubblico.

Anzitutto, il povero Kunt, a dispetto della sua condizione di “privato cittadino”, giunto sulla Terra a titolo personale, viene subito considerato come una sorta di “messia”, come colui che dovrà dare inizio a una nuova era  per l’umanità, permettendole di superare i mali che la affliggono (guerra, carestie, dittature, discriminazioni sociali…) e facendo del nostro pianeta un nuovo Eden. Addirittura, gli vengono attribuiti poteri taumaturgici, la capacità di compiere miracoli, tanto che si diffonde la voce che un paralitico abbia ripreso a camminare dopo aver visto la foto del marziano! L’idea è che “tutto” debba cambiare, come va dicendo, quasi in preda al delirio, un artista, Fabrizio:

[…] Tutto deve cambiare! È chiaro che se hanno questi mezzi per arrivare sino a noi, lassù le cose sono più semplici da un pezzo. Per fortuna hanno dovuto eliminare, e forse non hanno nemmeno conosciuto, tutto il fango che rende opaca la nostra filosofia, la nostra scienza. […]  Spettacoli che sino ad oggi ci sono parsi indispensabili, umani, ci sembreranno ridicoli, resti di superstizioni. È finita la menzogna, questo sì, finito l’errore, finita l’ingiustizia. Il giudizio universale! Ognuno sarà giudicato per quello che è. […] L’anno zero! Si ricomincia daccapo. Dobbiamo rispolverare i nostri cervelli, le nostre anime, ripresentarci come siamo venuti sulla terra, tabula rasa. [4]

Kunt è disorientato dall’esaltazione e dalla venerazione che tutti gli tributano, lui che peraltro, prima di arrivare, non era certo neppure che sarebbe stato accolto bene.[5] Nella sua semplicità, è automaticamente portato a vedere in quanti gli si rivolgono individui buoni, generosi, sinceri, apparentemente ignaro delle malvagità, delle meschinità  e delle falsità di cui son capaci i “terrestri”.

Incapace di distinguere, ad esempio, il sesso (o meglio, il “mestiere” del sesso) dal sentimento amoroso, Kunt si innamora a prima vista di Anna, una giovane prostituta che trova la notte addormentata sul ciglio di una strada, senza riuscire nemmeno a capire quale attività la ragazza svolga, a dispetto delle spiegazioni che i funzionari tentano di fornirgli. Peggio ancora, l’alieno, intrecciata una relazione con la donna, finisce nelle grinfie del “datore di lavoro” di lei, Fred Gomes, professore d’arte e impresario teatrale, ma, soprattutto, magnaccia che arrotonda i magri guadagni dell’attività scenica facendo prostituire le proprie attrici. Fiutato l’affare, Gomes si trasforma per Kunt in una sorta di “manager”, di addetto alle pubbliche relazioni, che getta il nuovo “amico” in pasto alle curiosità morbose di giornalisti e fotografi. Mentre, ogni giorno, escono nuovi reportage e nuove interviste che documentano, minuziosamente, ogni minimo aspetto della vita di Kunt, il quale si sdegna inutilmente per questa violazione della sua privacy, man mano il pubblico inizia ad essere saturato da una marea di notizie sempre monotone e ripetitive.

Agli occhi sia degli uomini di cultura, sia dell’opinione pubblica, la figura dell’alieno subisce così una progressiva degradazione, da “divinità” a individuo mediocre, insulso che non appare in grado di offrire nulla di eccezionale. Ad esempio, durante una cena di gala, un intellettuale, Romano, lo liquida in modo sprezzante:

C’è una paginetta di Leopardi sugli stranieri. […] Dice, appunto: lo straniero fa sempre un’ottima impressione, la prima volta, perché arriva con una carica di novità, con un brio che è diverso dal nostro e ci interessa. Poi, si scopre che è un cretino.

[…] Concludendo, mi consola sapere che non soltanto la Terra è piena di cretini, ma anche l’universo. Lo sospettavo da tempo. Dio è uguale per tutti. […] [6]

 Perso ogni “appeal”, Kunt giunge così al termine della sua parabola: è abbandonato da tutti, mentre quanti prima lo idolatravano adesso lo evitano o, al massimo, si liberano in fretta di lui mollandogli qualche biglietto da mille lire. Per sopravvivere deve contare sugli introiti di Anna, la ragazza con cui ancora convive ma che, disillusa è tornata al suo vecchio mestiere, mentre lui trascorre inutilmente le sue giornate seduto nei locali di via Veneto: ormai è impossibilitato a fare qualunque cosa, anche a tornare sul suo pianeta, poiché l’astronave gli è stata sequestrata per ripianare i debiti.

fellini via venetoFellini in Via Veneto

Note

[1] Il testo teatrale è diviso, appunto, in sette “quadri” che incorporano anche, a mo’ di commento alla vicenda, poesie tratte da altre opere dello stesso Flaiano.

[2] «Anche la vicenda di Kunt, il “cigno imbrattato di fango”, ruota attorno al non-dominio della volontà, all’impotenza, perché il marziano non compie mai azioni veramente significative; piuttosto, viene manipolato, assumendo di fronte agli altri un atteggiamento che nella sostanza equivale a una rinuncia, celata sotto la maschera dell’inesperienza che giustifica la sua frivola e sprovveduta curiosità per il mondo degli uomini e il fastidio provocatogli dalla calca di postulanti e di profittatori che lo segue ovunque». Lucilla Sergiacomo, Invito alla lettura di Flaiano, Mursia editore, Milano 2006.

[3] Ennio Flaiano, Un marziano a Roma e altre farse, Rizzoli editore, Milano 1975, Quadro secondo, pag. 30. Volume tratto dalla collana Opere di Ennio Flaiano, a cura di Giulio Cattaneo e Sergio Pautasso.

[4] Ivi, Quadro primo, pagg. 14 – 19.

[5] L’autore mette in bocca a Kunt una riflessione, al giorno d’oggi, più che mai attuale sul tema del timore verso lo straniero e dell’ostilità che a volte ne consegue. Ciò avviene quando l’alieno a un certo punto, parlando coi funzionari che lo “accudiscono”, ammette che, prima di atterrare a Roma,

«[…] Temevo una gelida accoglienza, anche la morte.

TUTTI No, ma che dice! La morte!

MARZIANO Anche la morte, che è l’estrema risorsa del sospetto verso lo straniero. Ciò che non si capisce, lo si uccide. È più comodo, no? […]».

Ivi, Quadro secondo, pag. 30

[6] Ivi, Quadro quinto, pag. 81

PER GLI INTERESSATI : Ennio Flaiano, Un marziano a Roma, Einaudi, Torino, 1960.

Un marziano a Roma (1)

Il libro non è più in stampa da data immemore per cui le copie che trovate in giro non sono proprio a buon mercato. Che dire? che la biblioteca sia con voi…

Who is Diego Vitale?

Libreria 7 marzo 2014Laurea fresca fresca in Lettere Moderne, personaggio in cerca d’impiego (fisso), nei momenti di ottimismo vagheggio l’apertura di un’agenzia letteraria. Scrivo e collaboro con blog e riviste sperando di far cosa gradita e condividere le mie passioni con altri.

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